lunedì 17 agosto 2009

LA SPOSA OCCULTA

Cerco nei frangenti dell’epilogo e dell’incriminazione.

Tracce dei filamenti della nostra negata esistenza e della nostra imprudenza.



Di celati, sommessi e furtivi sguardi sospinti al di sopra di un nero velo che cela e nasconde il capo. Sguardi che avvolgono e cingono.

Di sussurri di prefiche in angoli bui di echeggianti e vuote cattedrali gotiche. Sussurri che scivolano e si insinuano.

Di mani che si sfiorano nella costrizione pretestuosa della processione, pretendendo di estendere all’infinito quell’evanescente e memore acausalità sospinta e destata da un’essenza olfattiva. Mani che si ritraggono deste e leste sotto gli occhi inclementi, feroci e viziosi di giudici inquisitori, adornati delle loro vesti scarlatte come drappi tirati a lucido per il processo dei rei.

Di caldi sapori dolciastri e ferrigni come sangue al palato adesi: distillato di confusione di amanti. Laceranti sapori che come marchio a fuoco si incollano a guisa di riconoscimento ed intimo possesso.

Di feromoniche brume che come femminee mani incantevoli e suadenti inducono e conducono alla morale perdizione e dispersione nell’alterità. Brume costrette a dissolversi al sorgere del sole come decadenti ed impotenti vampiri deprivati della loro forza.



Il tempo che è nostro sta giungendo al termine. La fredda pietra sotto i nostri nudi piedi che non possono sporgere oltre la veste, è messaggera di un destino imminente. Un gelo mortale che dalle viscere di questa terra in noi si sta propagando, mentre procediamo tintinnanti tra sibili sommessi e tattili sguardi che esaminano la nostra colpa.


Come bestie rare nel circo con avidità e sdegno osservati, di una curiosità morbosa imbibita e gocciolante che stilla su questo pavimento levigato da mille passi di pellegrini devoti e fedeli, per vedere l’umana decadenza quali terrificanti morfologie può assumere. Nell’ingenuo tentativo di difendersene, sventolando ed ostendando la propria differenza: cercando la conferma di non appartenere a quella stirpe di perversi, allontanandosene nella stessa paura della rifrazione. Nello scrutare tra le nostre membra il segno visibile e riconoscibile del peccato, per poterlo con una mano additarlo nell’altro e con l’altra seppellirlo nei profondi abissi di sè stessi.


Vessilli purpurei accompagnano il nostro incedere e recano la nostra infamia, cucita con grida mute, ora che è scherno e vergogna negli occhi di tutti. Fioche luci di candelabri sospesi ed instabili sopra le nostre teste, come precaria ora è per noi la possibilità di rimanere adesi alle nostre stesse vite. Al pari di diafani fuochi fatui ci sciolgono e fondono in questa folla osservante.


Avanziamo mesti ed ameni.


Questa è la nostra unica apparizione in pubblico uno al fianco dell’altro, rivestita di una teatralità macabra e meschina. I nostri polsi lacerati e sanguinanti per queste vili catene, suggelli di vere consunte e logorate dal nostro umano ardore, a cui siamo costretti, assurgono ora a nostra metafora. Cilici atavici cingono e consumano le nostre membra, cadenzando il nostro cammino come sparuti e timidi pellegrini, divengono simbolo che costantemente ricorda l’onta in cui ci siamo immersi e battezzati e della quale ci siamo ubriacati. Sigilli sacramentali infranti da servi di simulacri, che riecheggiano tra queste secolari ed indifferenti grigie mura granitiche. Circondano come giganti noncuranti il nostro camminare ora di fronte a questa meschina corte che non saprà perdonare, che non potrà capire l’intreccio impalpabile e denso e che non volgerà il suo sguardo alla clemenza dell’espiazione. Icone orgogliosamente esibite come manifesto di esistenze incorruttibili, deprivate e spogliate del loro significante originario, si stagliano e animano in bagliori riflessi sui frammenti algidi delle nostre carni come funebri ballerine.


Giunti al cospetto dei nostri giudici dalle adornate dita ossute e nodose, avvolti e stratificati in lenti mantelli della pesantezza del tempo, un silenzio liquido scivola e pervade a saturare sino all’anossia questa parentesi di vite apparentemente ignote e sconosciute. Un’afonia soffocante in cui i respiri vengono celati nei petti ma non nei cuori, per cercare di confondersi tra i giusti e tra di essi trovare la salvezza che distingue dai peccatori irredenti ed irriverenti.


Silenti. Con lo sguardo smarrito e costretto incollato al pavimento. Ascoltiamo l’enunciazione dei nostri crimini. Rosari sgranati e graffiati da unghie di fiere.


Il nostro cammino è ora giunto al suo termine: un’insolita dilatazione dettata dall’immanenza dell’esodo e della dipartita. Ciò che è sempre stato celato con dovizia e sofferenza ai molti, ora è sotto gli occhi di tutti. L’arresto di fronte al nostro tribunale interrompe come fendente che recide, decapita e desta dai nostri stessi passi silenziosi. Questa navata che non è mai riuscita a consacrarci, per l’occasione si è fatta varco nel tempo e pausa millenaria.


Nessun grido. Non una mano che nel mezzo di questa distante fiumana si alzi in nostra difesa per placare l’ira. Docile rassegnazione di fronte al trionfo di Thanatos: ora che il cancro è stato smascherato ed esposto nella vana illusione di riportare l’equilibrio e la giustizia.


Abiurare. Scongiurerebbe le nostre colpe mondandole della nostra umanità.


Ora, di fronte a questi cortigiani di sangue di agnelli sacrificali assetati, siamo l’anello mancante delle loro misere esistenze: la nostra decadenza diviene testimonianza di umanità caducea dalla quale vaccinarsi. Vittime e carnefici separati da un sipario che non delimita ma confonde ruoli e costumi. Rappresentiamo dunque ora la loro paura più grande, impossibile da esorcizzare: quella dell’amore illegittimo di un uomo e di una donna costretti, per tutta la durata del viaggio, a celare e mutilare l’esplicabilità del nostro sentire.


Con arsura nel palato e denti serrati, ascoltiamo attoniti l’incontrovertibile esemplare sentenza come narcotica gelida morsa alla nuca che stordisce e paralizza.


Lacerati e fatti a pezzi nello sguarnito silenzio di candidi sepolcri imbiancati. La solitudine e l’incomprensione sono divenute materia tattile: come salme eviscerate e divorate impietosamente da voraci belve che altro non vogliono che nutrirsi ed effigiarsi di questo umano disonore per immunizzarsene omeopaticamente. Come cannibali che in orgie di sangue sbranano e ingurgitano le viscere del nemico catturato per diventare più forti e rendergli omaggio.


E di questo nostro sangue che non può essere versato per non ricadere come piaga epidemica. Impenitenti, siamo viziosa onta che diviene flagello.


Non ci ripieghiamo ora nel ricordo dell’incontro che ci ha reso rei. Non cerchiamo ora lenimento alla sofferenza data dalla negazione e dall’illegittimità. Irrisi, accondiscendiamo ad un destino, che pur avendo scelto un linguaggio spietato, ci ha donato emozioni che hanno radici nelle viscere della terra e di cui noi siamo le invise efflorescenze dall’esalazione conturbante e straziante. Un effluvio che permea ed incolla.


Siamo solamente due illegittimi amanti. Come tanti altri nascosti nelle pliche degli animi che ci cirdondano ed inquisiscono ora. Come tante ombre che pervadono gli angoli tetri di cui questa città é ricca. Macilente anime consunte dalla ricerca del proprio amore negato.


Lo stesso fuoco che ha incendiato, riscaldato e portato luce nelle nostre esistenze, sarà lo strumento prescelto che estinguendo la mia vita, marchierà la nostra ignominia. Cercherà di purificare e cancellare il nostro peccato. E la cenere laverà via la nostra colpa.


Mani adunche, corvine e macilenti, come ami d’acciaio ora si impossessano di quella carnalità che mille e mille volte è stata tua. Si imprimono in membra inerti che lontano da te vengono con inclemenza allontanate e trascinate. Il fruscio della mia veste è una spettrale e funebre melodia: cancella i miei passi lasciando su questo selciato desinenti orme insanguinate. La mia esile figura scivola nell’oblio di cinerei sguardi che si distolgono al mio passaggio. Indietreggiano nel terrore di contrarre questa scarlatta peste che nei miei lineamenti si è inscritta.


Tu, grazie al mio silenzio avrai salva la vita. Io sono un ricordo indotto da un’essenza sospinta dal vento.


Tu, che ora siedi tra i giusti, protetto dalla tua intoccabile veste. Io sono il tuo impronunciabile epiteto ingiurioso.


Tu, che hai camminato al mio fianco, sotto gli occhi di tutti, soltanto in questa raccapricciante occasione. Io sono la concubina che sarai costretto a vedere ardere viva e della quale porterai nei secoli su di te traccia, come fardello della tua impotenza e fustigazione per la nostra impudicizia.


Non te ne voglio, ora.


Poco prima di abbandonare quella navata, sede di un processo pungente ed amaro come fiele, che ha sconsacrato il nostro amore, e dissacrato la tua integrità già compromessa e logorata, cerco i tuoi occhi e le tue mani. Cerco nell’aria ancora il profumo della tua pelle, l’evanescenza che a me restava adesa come pece animica: la stessa che anche tra secoli, a me ti ricondurrà come fendente in mezzo al petto, e che ti renderà immediatamente distinguibile in mezzo a molti.


Che la nostra storia sia dottrina per i giusti e per i rei. A ciascuno la personale presunzione ed illusione di appartenere all’una o all’altra parte.


Ti cerco al mio fianco su questo imbandito altare sacrificale.


Ti cerco nelle occhiate voraci e feroci che come scudisci si infliggono su di me.


Ti cerco in questo nostro cammino lastricato di pietre, sangue e fuliggine.


Ti cerco nella croce, ora ridotta a puro simulacro, che luccica di queste fiamme e pende sul tuo petto.


Della tua sposa negata e segreta.

Le cui ceneri ora si spengono nell’abisso impotente del tuo dolore.

lunedì 4 maggio 2009

GIOCHI D'AZZARDO

E' ironico, come da quando io mi sia seduta a guardare lo sfacelo ed il declino che mi circondano, come spettatore incredulo, sul labile confine tra l'indignazione ed il divertimento grottesco, le cose abbiano iniziato a modificarsi. Non certo prima di avere combattuto una estenuante guerra, inconsapevolmente persa in partenza. Di un esercito da affrontare di cui non ho considerato la temibile arma che possedeva: l'ignoranza abissale e permeante. In merito a questo non c'è molto altro da dire: persino troppe parole sono state spese con conseguente dispendio ed estinzione di energie.


E' una serata di cambiamento anche questa Londinese. Ho scoperto ed oggi si è ridestato qualcosa che temevo invece perso, irraggiungibile e sepolto sotto metri di esistenza. Qualcosa che ritenuto talmente remoto non avevo preso in considerazione potesse invece ed invero risvegliarsi. Inaspettatamente.


Un clic dell'incastro sublimato in un sorriso ed in una insolita, paziente attesa. Ho deciso di sedermi, come già detto, non molto tempo fa. Con la tua inconsapevole benedizione, che dietro il tuo vissuto quotidiano che negli anni si è dispiegato nelle situazioni più marginali e di densità intrise, cela una saggezza che fa del superfluo orpello immediatamente estinguibile. Ho visto, ma soprattutto, ho sentito, ciò che per una vita ho cercato con divorante fame, negli occhi, nelle movenze, nelle gestualità e nelle pliche di chi incontravo. Della non contemplazione che fa dell'investigazione solamente pretestuoso dialogare, e dell'espressione di apprezzamento che occhi ciechi ed orecchie sorde non colgono poiché non considerano. Comprendono a posteriori ciò che è il movente celato talvolta scivolando nell'imparzialità aberrante del desiderio.


Ed ancora una volta sono seduta, in questa presa di posizione consapevolmente zen, questa volta con le mie gambe sulle tue. Emergono germogli da questa terra, innaffiati dal ciclo delle stagioni del mio cammino. Per una volta il guerriero non è andato a prendere con violenta e vorace velocità ciò che voleva. Il guerriero si è seduto: questo non vuole dire che sia fermo. Il guerriero sta portando energia equilibrandosi al ciclo dell'universo e risonando con esso. Perché il guerriero ha affinato in questa terra suadente e feroce che l'ha deprivato e messo alla prova ogni minuto della sua permanenza, la tecnica di combattimento che necessitava di perfezionamento, affinché la sua vita potesse ancora, nuovamente, cambiare ed egli potesse essere pronto alla grande guerra con nuovi ed invincibili strumenti contro un nemico che sovente non è nemmeno alla sua altezza, quindi paradossalmente ancora più pericoloso e letale, poiché destabilizza, disorienta e mina colui che crede di essere pronto.

Ed ora che sono seduta, in mezzo al mondo che ci circonda e che ad esso ci amalgama, ho compreso come agire avventatamente mi precluderebbe ancora una volta ciò a cui ho rinunciato per anni.


Sei testimonianza del cambiamento e dell'evoluzione innaffiati del mio stesso sangue, delle mie stesse ferite e di tutti i miei demoni.

Non so quale sarà il colore, l'odore e la sostanza della pelle che mi mostrerai.

E se mai me la mostrerai.


L'unica cosa che so é che ora stiamo entrambi giocando un gioco diverso.

E lo stiamo giocando da professionisti.

domenica 3 maggio 2009

LUI

...continua da LEI.



Ho trentuno anni e faccio il giornalista. Sono una persona brillante e loquace: questo è ciò che devo mostrare al mondo e per cui sono conosciuto.

Ho sempre creduto nel mio sogno, che sto realizzando e che sapevo prima o poi avrebbe preso forma. La premonizione della mia realizzazione era dunque reale.


Quanto all’altra voce che da sempre mi parlava ed alla quale non ho invece voluto porre ascolto, ancora non lo so, ma sto per affrontarla ora.


Sono inoltre pochi i giorni che mi separano dal mio matrimonio.

E quanto detto sinora è ciò è visibile.


Ma.

Ho appena conosciuto una donna che con uno sguardo ha fermato il tempo.

Ho appena conosciuto una donna che non potrò e non vorrò mai avere.


Inoltre.

Ciò che è invisibile sono i demoni con cui danzo dalle prime ore del pomeriggio fino al tramonto: ed ora non riesco a spiegarmi come lei li abbia visti. Non so come, né perché, ma lei mi conosce.


Abbiamo la chiave del tempo, e quella chiave siamo noi: nella flessibilità di altri ruoli e nella mellifluità di altre morfologie.  


Non so ancora che il nostro legame è inscindibile e che abbiamo minuziosamente e pazientemente tirato il diamantino legaccio che alle due estremità ci cinge fino a poterci nuovamente toccare nella nostra umanità.


Non so ancora chi lei sia.

Non so ancora cosa lei significhi per me.

E quando lo scoprirò, allora, non saprò più nulla.


...continua.

LEI

...continua da Zurigo.


Non so bene chi o che cosa io sia. A venticinque anni mi sto illudendo di starlo scoprendo razionalmente, in passaggi lontani dalla comune definizione rivestiti degli esseri umani che incontro. La mia percezione è ancora mutilata, i miei sensi devono ancora risvegliarsi completamente. Sono ancora convinta, pur consapevole dell’eccezionalità della mia esistenza, che ci sia una causalità dettata dall’intenzione. Della casualità, ora non so ancora nulla perchè i miei sensi sono ancora neonati ed i miei occhi non possono ancora vedere.


Anno domini 2002: nell'arco di sei mesi, tutto ciò che era, ha incominciato un processo dissolutivo, nella forma di un incontro karmico. Sotto il vessillo della libertà mi sono appena allontanata dal demone della costrizione: il processo di liberazione e consapevolezza ha appena avuto inizio.

In un'apparente a-causalità, grazie ad un pretestuoso e non desiderato viaggio di lavoro, mi sono allontanata per un po’ dal paese in cui vivo ed ho conosciuto un uomo che ha letteralmente strappato la pelle che ha rivestito il mio cuore per anni. Inaspettatamente.

Ho appena scoperto nel mio cuore quanto io sia vulnerabile ed umana e quanto un incontro possa radicalmente cambiare una vita. Nello specifico la mia. Ho da poco iniziato ad ascoltare una voce antica che in me sta facendosi spazio.


Sono tornata, con l’intenzione ma non la sicurezza da parte dell’alterità, di dare forma e sostanza a quanto ha radicalmente cambiato il mio sentire. Sono partita con una stretta veste discintasi durante il viaggio. Seppur consapevole di questa remota unione che non trova suggello nella quotidiniatà, mi lascio travolgere da qualcosa che riconosco come famigliare. Questo per me è nuovo e pervasivo; lo accolgo come ogni emozione che lascia in terra come fulminazione: esanimi e consapevoli, per un frangente, di essere vivi.


Non fraintendetemi: io credo fortemente in ciò che sento, che ho sentito e che ha schiuso ad un'altra percezione. Ma la gelosia, che percepisco come soffocante, serrante e limitante, di questa persona, mi toglie l'aria. Dunque da egli mi allontano.

Con il tempo comprenderò che forse la sua è stata solo una premonizione di ciò che stava per accadere e che io ignoravo.


No, la notte del trentuno ottobre io non avrei dovuto essere a quella festa.

Per un motivo che ha attraversato gli oceani del tempo per trovarmi.


Pensavo solo sarebbe stata una serata diversa.

Non sapevo che anche qualcun'altro aveva compiuto lo stesso pellegrinaggio.


...continua.

venerdì 23 gennaio 2009

DELL'AMORE

Sono sempre stata attanagliata dal dubbio che chi ho amato, chi per me è stato importante, nel frangente unico, singolare e caratterizzante di ciascuno, potesse essere nel suo ricordo vivido ed ancora in me pulsante, una ragione di un non attaccamento successivo ad un'eventuale alterità postera.

Nel dubbio perenne e lacerante che accompagna il mio pellegrinare alla ricerca continua e mai esaustiva di me stessa, fondamentalmente, mi sono sempre chiesta quanto e come io possa avere amato.

Talvolta mi sono chiesta, con le mani attanagliate dai temporanei legacci della razionalità che non fornisce spiegazione alcuna e che invece imprigiona in una visione sterile, anche se io abbia mai amato.

Ho da molto rinunciato quindi a cercare di com-prendere la fisiologia ed epistemologia dell'amore: a nulla servono discorsi che restringono e inconsistenti spiegazioni che cercano nei dati oggettivi di un'accezione comportamentale stimolo-risposta.

Tutto risiede invece in ciò che senti.

Molto semplicemente, il cuore risiede nelle emozioni.

Oggi invero, ho compreso la natura di questi sentimenti ancora vividi per tutte le persone che ho amato: sentimenti che a dispetto del tempo non sono stati né offuscati, né sciolti, né dissolti.

Oggi invero, ho compreso quanto questo mio sentire forte ed inequivocabile sia testimonianza tangibile di quanto io abbia fatto mie queste persone, di quanto io le abbia in me integrate e portate.

Oggi invero, ho compreso quanto tempo e spazio siano solo delle condizioni flessibili, elastiche ed immateriche.

Oggi invero, ho compreso quanto speciale siano la mia esistenza ed il mio sentire, e quanto questa vividità sia l'occasione unica e magica di vivere e rivivere e trasportare, ovunque andrò, l'essenza di chi a me si è concesso.

Oggi invero, ho compreso quanto profondamente e visceralmente io abbia amato e possa ancora amare.

domenica 4 gennaio 2009

L'APPESO

...continua da ZURIGO.



Questo libro non narrerà mai dialoghi di normale tessitura. Non vi troverete domande e risposte di assennata o quotidiana costituzione. Non vi è posto per la retorica di comune profilo o per interessi che concernono una esistenza fatta di piccole cose.


Ai protagonisti l’alterità non ha mai interessato in questa accezione. Non hanno mai avuto la necessità di investigare le reciproche esistenze in questi termini. Di sapere cosa l’altro pensasse, facesse o come lì fosse arrivato. Di quale sostanza e materia fosse la loro vita intrisa.


Hanno solamente avuto il riguardo di conoscere gli assunti al fine di muoversi incoerentemente e dispettosamente all’interno di essi. Si sono dati delle regole non scritte presto infrante dalla necessità e dall’impossibilità dell’aversi nuovamente.


Non troverete dialoghi comuni, quindi non cercatene. Guardate ai protagonisti con occhi diversi, con olfatti antichi, con sensi che trovano le loro radici in altre dimensioni e forme. Guardate a loro con altri assunti. Guardate a loro come se vi trovaste appesi per i piedi, con il sangue alla testa e con una visione del mondo capovolta. Immobili. Forzati nella vostra visione insolita che vi costringe ad osservare come inermi, insoliti ed insoluti spettatori.


Non giudicate i protagonisti di questa storia perchè molto a voi hanno da comunicare sulla umana condizione. Non ponete tra le vostre mani lo scettro della giustizia e dell’incorruttibilità: non è materia vostra. Non fatevi giudici di un sentimento inesplicabile e non manifestabile, coperto da un segreto vessillo scarlatto che reca nelle sue iniziali il tormento di cui questo narrare è intriso. Non marchiate i loro abiti con lettere che già con le loro candide mani ossute e operose si sono cuciti addosso. Ma soprattutto non ponete un giudizio che chiude, ma solo ascolto che schiude ed insegnamento potrete trarrre da quello che questa diade negata ha da testimoniare con la sua storia stillante di creativa e paradossale umana decadenza.

Ma soprattutto non giudicate coloro che a queste pagine sono adesi, poichè se siete quell’osservatore in saldi legacci avvolto, allora anche voi siete umani ed il loro stesso destino potrebbe attendervi.


Consapevoli della lacerazione che tormenta ed a fuoco marchia le loro anime, nemmeno al loro peggiore nemico augurerebbero il loro destino. Come mano alla ricerca dell’altro sempre tesa. Costantemente protesi a questa loro altra parte, occhi dentro gli occhi. Incessantemente nell’altrui rimestarsi.


Sempre al cospetto dell’altro, vicini al punto di respirarsi, ma senza mai potersi veramente avere.


No. A loro, questo genere di dialogo che voi potreste giustamente ricercare, non è mai interessato.

No. Loro non si curano dei dettagli.

Perchè per loro chi sono, dove sono e con chi sono ora sono solo pretestuosità indifferenti.


Semplicemente sanno perchè già sapevano.

Semplicemente si conoscono perchè già si conoscevano.



...continua.

ZURIGO

...continua da LORENZO.


Questa stanza ha le pareti dello smeraldo. Esse stingono al soffitto in un ipnotico blu notte, profondo come gli abissi in cui ci siamo incontrati e persi.

Questa stanza in cui ti sto aspettando è perfettamente quadrata. In questa stanza tempo e spazio non esistono. Prescindiamo e trascendiamo ogni contesto temporale e spaziale.

Questa stanza è un buco quantico: un abisso vertiginoso nella corruttibilità umana che ha permesso di fonderci e confonderci.


Piove in questa stanza.


Piovono miliardi di gocce come torrenziali diamanti scintillanti. Piove a dirotto sulla mia pelle algida e sulle mie fattezze deprivate di un’identità precostituita, che nella sua negazione ed esfoliazione, ricerca la purezza dell’essenza. Piove un’acqua pura e cristallina su questa vorace ed estenuante ma mai esaustiva ricerca, ed inonda di nuova sostanza le sue implicazioni e complicazioni.


Piove incessantemente in questa stanza smeraldo mentre ti sto aspettando. Fuori è una notte indistinta, che a me, con pungenti e taglienti briglie dorate, ti sta portando. Piove al di fuori dei labirintici corridoi scarlatti di quest’albergo nel centro di Zurigo. Zurigo è immersa di una notte fonda sensualmente accarezzata da un vento tiepido che da immemore apnea risveglia e desta. Piove copiosamente in questa stanza, mentre in terra, sul pavimento color avorio, residua rimane una pozza di quell’acqua rigeneratrice che irriverente cade dal soffitto. Piove su queste lenzuola di raso che sembrano nella loro lucidità assorbire il tempo.


Seduta sul ciglio del letto sto aspettando te. Con i piedi nudi ed immersi fino alle caviglie in un’acqua che ricorda i monsoni caraibici mi vedo in uno specchio riflessa con il trucco nero attorno agli occhi colante sul mio volto. Di un rossetto scarlatto reco traccia di desinenza su un bicchiere che stringo come unico evanescente residuo di lucidità nella mia mano destra. Assenzio il contenuto.


L’acqua sembra aderire e soffermarsi solo su di me. Pavimento a parte. Il mio abito, ora, è un nero straccio di seta e paillettes sberluccicanti imbibito che ha perso ogni morfologia nel suo su di me aderire. Anche io mi sto dissolvendo nell’attenderti. La china sotto la mia pelle comincia ad animarsi ed a muoversi: vedo animati disegni melliflui estendersi ed avvolgermi come grovigli suadenti. Sono coperta di arabeschi figli della notte che ondeggiano e si espandono come una danzatrice del ventre. Vedo in quello specchio narciso la rifrazione di una mano tribale che nel circumnavigare il mio collo si insinua sensuale sino alla mia bocca ed al mio naso.

Anossico è il suo tatto.


Piove in questa stanza.

Gocce grandi come noccioli di ciliegie si infrangono su di me. Le sento aderire alla mia testa rasata al cui centro spunta un’unica ciocca di capelli talmente lunghi, corvini e perfettamente lisci, da toccare il pavimento. Una ciocca fitta e densa, dello spessore di un mazzo di rose.

Piove nella rifrazione avvolta da quella cornice rococò bianca come la neve.


Piove come monito sulla mia misera umanità che è qui ad attenderti, sulla tua che a me sta giungendo e sulla testimonianza di tutto ciò che siamo stati, siamo e saremo. Piove nel tentativo di lavare via le reciproche colpe.


Piovono ballerine stelle che sulla mia pelle ora si posano e di iridescente, tattile ed olfattiva sostanza mi travestono. 

Perdo i sensi ora.

Ammesso che li abbia mai avuti.

Nella tua imminenza io in te mi abbandono.

Dissolvendomi al tocco delle tue nocche sulla porta.


...continua.

domenica 2 novembre 2008

EMERALD

Demoni irriverenti che al calare del sole alzano il tono della loro voce ed aumentano i colpi inferti con violenza raggelante alla mia porta. Creature inguardabili di materia filante e confusa che impastano del loro caustico sudore e dei filamenti della loro bava gli strascichi dei miei indumenti. Feroci, efferate e sanguinanti bocche con denti come zanne d'avorio corroso e putrescente che alitano sul mio volto nel procinto di divorare interamente la mia testa. Strette anossiche di mani fredde ed umide che cingono e costringono il mio respiro ed il mio volto.


Ma questa notte non è questo.

E' altro che tira i lembi delle mie vesti.


Questa notte, ciò che mi tiene sveglia, ha un nome ed un volto. Un nome che domani pronuncerò morbido, dolce e vischioso come miele che al palato si appiccica. Un volto che domani accarezzerò con algide mani incantate ed incantevoli e nel quale avrò l'accortezza di perdermi e respirare.

Questa notte ciò che mi tiene sveglia mi ha cercato ogni sacrosanto giorno di questa settimana, infondendomi ipodermicamente gocce diamantine e dissolvendo gli ultimi stralci di appetito. Ed io quelle stille in sudore dorato trasformerò e te le renderò alchemicamente sublimate affinchè anche tu possa trarne a tua volta nutrimento.

Questa notte ciò che mi tiene sveglia mi osserva e sorride sulle note di questa canzone. Ed io sulle note di questa canzone io mi muoverò su ciò che questa notte mi tiene sveglia.

Questa notte è una risata che mi tiene sveglia, è un "Hallo Sweetie" pronunciato sorridendo quando la tenebra arriva. Ed io in quella risata mi avvolgerò come nuova setosa veste scarlatta.

Questa notte è un pretestuoso frangente rivestito di un abito inadeguato, di un cinema chiuso, di un caffè americano e di un libro, che mi tiene sveglia. Ed io di fronte a quel gioco di alta maestria mi inchinerò cercando di carpirne l'essenza di flessibilità e di farne strumento di saggezza e di fede.

Questa notte sono uno sgabello libero in una vetrina e la mia irriverenza a tenermi sveglia. Ed io di fronte a tale prestidigitazione altro non posso fare che sgranare gli occhi incantata come una bambina.

Questa notte è il mio sguardo che in quella direzione si è casualmente posato ad incontrare il tuo, a tenermi sveglia. Ed è quello sguardo magnetico come calamita che ho visto su di me posarsi che domani andrò ad incontrare.

Questa notte è tutto ciò che io ho colto e accolto e la sua germinazione feconda che mi tiene sveglia. 

Questa notte è la chiave che hai infilato nella porta che mi tiene sveglia.


Tienimi sveglia, domani notte.

mercoledì 8 ottobre 2008

INTERMEZZO Parte XXI

La notte, quando tocco il letto e cerco negli spazi e nelle percezioni che da lì si dispiegano, il fil rouge delle implicazioni e delle complicazioni della mia esistenza, ho piuttosto la sensazione di morire, che non quella di addormentarmi.

martedì 7 ottobre 2008

TRE OTTOBRE

Mi chiedi come ho fatto a ricordarmi del 3 ottobre?


Meravigliosa creatura, io mi ricordo tutto in generale, ed in particolare anche di noi due.


Potrei raccontarti in questa notte, per filo e per segno tutta la nostra storia. Straziante, dolce, densa, pura, pregna, unica, speciale e meravigliosa: minuto per minuto nel suo dispiegarsi temporale.


Ogni volta che di te parlo, dico sempre che sei stato la persona che è riuscito a tirare fuori il meglio ed il peggio della sottoscritta.


Ricordo ogni frangente, ogni implicazione, ogni sguardo, ogni respiro.


Non ti narrerò ora cose che già sai (anche se una menzione d'onore deve necessariamente essere riferita a quando fingendo di baciarmi mi hai passato in bocca del tuo catarro).

Una narrazione del genere implicherebbe del tempo che ora, mio malgrado, non ho: doviziosa dovrebbe essere nel suo indagare aspetti, e nel suo insinuarsi nei cuori di due giovani innamorati che si sono tenuti per mano in un periodo così importante della loro esistenza, e sarebbe un sacrilegio non esplicare con dovizia agli occhi di chi necessita e che a questa fonte non si è dissetato. Ma ora questo è per te. Verrà il tempo del narrare e dell'enunciare ciò che è stato e che può divenire per altri spinta vitale.


Ma.

Date queste premesse.

Ora.

Ti dirò ora cose che non sai.


Non sai di una volta che a sedici anni avevo iniziato a scrivere una lettera: una lettera a nostra figlia, perché ti amavo talmente tanto che ero sicura saresti stato il padre dei miei figli.

Non sai, che ora, quando conosco qualcuno, cerco ancora tra le sue vesti frammenti della tua purezza e della tua incorruttibilità.

Non sai quanto cinque anni senza parlarti mi siano pesati e non sai quanto quella sera che hai deciso di rivolgermi ancora la parola, tu mi abbia regalato della felicità.

Non sai, ancora quanto su di me abbia potere di attrazione la semplicità e la spontaneità di cui ti sei sempre vestito e che cerco riflessa negli occhi di chi incontro.

Non sai quanto continui a cercare la tua ironia ed il tuo sarcasmo nelle parole che ascolto.

Non sai quanto io ricerchi la completa e diametralmente opposta differenza e diversità che ha fatto di me e di te amalgama di rara preziosità e fattura: salvo poi sovente scontrarmi con un'incompatibilità che nulla a che fare con il nostro unico aurico intreccio.


Ricorda sempre che sei stato, e sempre sarai, figura fondamentale e speciale nella mia esistenza.

Siedi nel mio cuore e da lì niente e nessuno ti allontanerà.



..."Io ti cercherò, negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò e dentro quegli sguardi, mi ricorderò di noi"...


E questa volta senza "chissà".

Sappiamo cos'era e come si chiamava.

E come sempre, nei nostri cuori, si chiamerà.

giovedì 4 settembre 2008

ST BRIDE LIBRARY

Ieri sera approfittando dell'apertura serale vado a vedere la St. Bride Library.

Sita in un budello chiamato Bride Lane, alla fine di Fleet Street. Zona molto, molto bella.


Comunque.

Arrivo e trovo tutto: la St. Bride Church, il St. Bride Theatre ma non la Library.

Morale, entro nel teatro, dove suppongo di trovare qualcuno che possa darmi informazioni.

Salgo le scale e alla reception non c'è nessuno, solo un cartello che dice: "Per evitare di disturbare durante l'esecuzione dell'opera, non sono ammesse persone in ritardo. Lo spettacolo è iniziato, vi chiediamo il massimo silenzio."

Ed in effetti il silenzio è l'unica cosa che io sento. Sbircio dietro il vetro/sportello della reception e non vedo nessuno. Quindi ispeziono il posto alla ricerca di qualcuno di vivo che possa dirmi dove è la biblioteca che sto cercando.

Salgo e scendo scale nei soliti labirinti di impronta londinese. Nulla. Il silenzio e la desolazione post-atomici.


Ritorno in reception e decido di varcare con dolcezza la soglia su cui è apposto il cartello di cui sopra.

Apro la porta e mi fermo a metà sull'uscio: davanti a me materiale tecnico da palco per una lunghezza di circa dieci metri. A sinistra il muro, a destra una tenda nera.

Resto lì un attimo cercando di capire dove sono. Regna incontrastato un silenzio religioso.

Mi fermo ancora qualche secondo, e poi, la brillante idea di dire a voce alta, alla ricerca di anima viva: "HELLO!".

La mia voce femminea ed un po' cantilenante per l'occasione, si spande melodiosa in questo nulla.


E poi.

E poi improvvisamente alla mia destra si accende una luce. Quella del palco.

Palco su cui stanno recitando degli attori che fino ad un secondo prima erano al buio ed in silenzio.

Alias, dietro quella tenda c'è una platea piena di gente.

Alias, dietro quella tenda mi hanno chiaramente sentita.


Mi fermo ancora un'attimo: il tempo di incrociare lo sguardo di un attore scoglionatissimo che mi guarda come per dire "Che cazzo ci fai lì?", ma sempre con l'imperturbabilità inglese.

Ricambio lo sguardo con un'espressione che dice: "Non mi sembra che tu ti stia molto divertendo su quel palco, vestito da pirla in costume ottocentesco e soprattutto con quello scazzo dipinto in volto."


Ferma ancora un attimo, impunita, continuo ad osservare lo spettacolo da quest'angolo di prestigio.

Poi, resami conto di quanto successo, decido di andare via perchè mi veniva seriamente da ridere.


E soprattutto perché, mai, avrei voluto che a quell' "Hello" dessero un volto.

lunedì 1 settembre 2008

020906 - 020908

Due anni tra poche ore.

Fiabe per Orchi è anche tuo.


Ti abbraccio denso Luca.


Dovunque tu sia.


E tu sei ovunque.


Ciao dolcezza.

MAdd ;)*

domenica 31 agosto 2008

FLESH

Non posso mentire.

Non a me stessa.

Nel di te scrivere, di me narro.


Vengo insistentemente punta come da spina adrenalinica dalla sensazione di stare parlando ad un universo fuorché a te. L'imprecisa percezione di una comunicazione non adeguata data la portata magmatica di questo nostro non essere. Nel mio indagare e nel disperdermi nelle mie stesse pliche, risveglio elucubrazioni su una domanda non adeguatamente posta che presto presenta inadeguatezza dato l'assunto di diniego. La netta ed imperfetta sensazione di non stare utilizzando un lessico adeguato atto a descrivere il mio essere ed il mio sentire, salvo poi accorgermi di una dispercezione: non sta nella referenza lessicale l'inadeguatezza ma nell'impropria attesa di una reazione ed azione impossibili razionalmente. Nasce quindi il perenne dissidio tra la mente ed il cuore, tra il sentire e l'ovvietà intoccabile ed inopinabile della ragione. Ed un'etica lucida che si spinge oltre una morale comunemente intesa: sono sostanze diverse. Quella stessa ragione che ha permesso il dispiegarsi di due vite in apparenza completamente diverse ma pur sempre non solo parallele ma intrinseche e magistralmente intrecciate. Del tuo audace ermetismo apparente che mi chiedo in quale oceano di logorio sconfini. Non è una questione di importanza o di qualità di valori, è una questione di essenza che prescinde e trascende. Tu sai e con mano hai toccato che importanza rivesta il vedersi ed il riconoscersi ed in questo hai trovato tormento e linfa vitale. Di una pienezza data da una mancanza contraddittoria. So quanto detesteresti sapermi non più intimamente tua. So quanto questo potrebbe urtarti e quanto potresti denigrare quella che ai tuoi occhi apparirebbe come misera esistenza. So quanto irritante ed insostenibile questa visione sarebbe per te. So quanto ai tuoi occhi potrebbero apparire dilettanti contendenti.

E' rivestito di un equilibrio precario e forzato il nostro essere. Ho sradicato ed eradicato ogni eccellente e misera implicazione, ma con te non ci riesco, mi trovo in un'impossibilità evidente ed irriverente.

Ho cercato infinite volte di distogliere da te il pensiero, di spostare da te l'attenzione, di nutrire la ragione che motiva e preclude e la pazienza che giustifica e arrende. Ho cercato impedimenti, scuse, pretesti, maschere ed abiti nuovi. Non ti ho cercato negli occhi di altre persone, ma ti ho spaventosamente visto riflesso in chi incontravo. Ho sempre cercato un tuo cenno dietro il tuo ermetismo contraddetto poi dal tuo agire e dal tuo interloquire. Consapevole delle umane differenze e di tutto quello che tu indossi. Ho cercato nei pretesti temporali, nelle pliche della pazienza, nella scelta dei nostri cammini, nelle implicazioni e complicazioni della razionalità e nell'ovvietà di una contingenza ineluttabile.


In tutto questo ho cercato.

In tutto questo ho scavato.

In tutto questo ho posto e deposto.


Salvo accorgermi poi dell'inutilità del mio agire.

Salvo accorgermi di quanto le tue quotidiane missive in me destano e ridestano.

Salvo accorgermi poi di quanto tutto sia una semplice farsa di diniego all'evidenza, di quanto il desiderio irrazionale non prevedibile e non incanalabile sia stridente e straziante.


Nella lacerazione in cui troviamo nutrimento al nostro non essere. Una sola volta ho cercato di rimuoverti dalla mia esistenza: fermamente ti sei opposto a questa mia decisione. Compreso quanto questo sia inutile ho cercato di trovare un impedimento razionale, una procrastinazione nella pazienza ed in altri incedere. In un equilibrio precario ho sospeso la volontà. Il nostro essere risulta sempre madido della rara eccezione. 


Vorrei solo che tu mi parlassi nudo di me e di te. Senza vesti, senza abiti logori, senza intercessioni. Non perchè io non creda in quanto sinora da te affermato e quotidianamente indossato. Semplicemente perché ho bisogno di sentirlo sgorgare dalle tue labbra e travolgermi in forma impressiva ed espressiva.


La razionalità è un fardello inutile ed un mezzo becero a dispetto della maestosità del sentire. Quanto dell'essenza del granito possa essere questo sconto karmico. Ora che ho altri olfatti, ora che ho altri occhi posso comprendere. Lacera e brucia. E' spinta vitale. E' ricerca estenuante e continua. E' cammino senza sosta.


Ora che con altre conoscenze e con altri affinati e raffinati strumenti indago mi ritrovo a vivere un frammento atavico di te e del tuo agire e non la pienezza della tua esistenza.


Ci sei riuscito ancora una volta. Sei riuscito a fare assolvere e sciogliere soltanto uno dei due contendenti: nella mia ingenua speranza di dissolvere legacci, solo uno dei due legami è stato rimosso e lasciato al suo cammino. Tu, con impeccabile maestria, ci sei ancora. Non sono riuscita ad assolvere noi.


In un equilibrio che non esclude o preclude. E' inestricabile di noi scrivere. Non ci sono sufficienti parole per potere esplicare quello che di te e di me è pregno.


Stai avendo la tua vendetta karmica.

E' come te l'aspettavi?

Ti riempie veramente?


Chiedimi solo di sparire dalla tua esistenza, dalla tua vita, ed io lo farò.

Perché io, miseramente umana, non ho il coraggio e la forza di farlo da sola.

Perché tu, sei testimonianza della mia umanità.


E tu, questo coraggio e questa forza, ce li hai?


Se questo può salvarci, allontanami da te.